Bambini arrabbiati… o tristi?

Bambini arrabbiati perché tristi: è una delle risposte possibili alla domanda da titolo.

Un bambino (di età superiore ai 6 anni) che si mostra spesso arrabbiato, con forti scoppi di collera, che appare frequentemente irritabile manifestando la rabbia verbalmente o con comportamenti aggressivi fisici rivolti a oggetti o a persone, può così “raccontarci” la sua depressione.

Il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – Quinta edizione -) include nei Disturbi depressivi, la depressione in età evolutiva (dai 6 ai 18 anni di età), denominandola Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente.

Si tratta di una nuova diagnosi che descrive la forma infantile della depressione che si presenta con sintomi diversi e addirittura opposti alla sintomatologia dei disturbi depressivi dell’età adulta.

L’inserimento nel DSM-5 di questa nuova diagnosi, puntuale e precisa anche nella denominazione, limita l’abuso delle diagnosi depressive in età evolutiva e lascia spazio a naturali elementi di flessibilità e cambiamento del quadro clinico rispetto al percorso evolutivo individuale.

I bambini che presentano questa sintomatologia possono sviluppare nel tempo (in età adulta o adolescenziale) disturbi depressivi propriamente detti, disturbi bipolari o disturbi d’ansia ma possono  anche non svilupparli.

I tempi e le modalità di intervento incidono nel decorso del disturbo.

Tempi e modi che vengono inevitabilmente decisi dall’adulto, dall’adulto genitore che segnala la possibile patologia, dall’adulto clinico che se ne occupa.

Il Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente si manifesta in bambini con una lunga storia di irritabilità cronica.

Magari i genitori ritengono che si possa trattare di temperamento, di “carattere”, sottovalutando il messaggio che, in ogni caso, porta con sé un comportamento.

Nelle valutazioni diagnostiche si rilevano non di rado numerosi segnali di allarme che precedono l’insorgenza di quadri clinici conclamati.

Certo è che in età evolutiva la modalità di esprimere il disagio è diversa da quella dell’adulto ma, anche se ambigua, nascosta o mascherata, è sempre una modalità attiva di espressione della propria realtà.

Ogni bambino crea e vive una sua storia, a cui il sintomo appartiene.

Il bambino non porta i suoi sintomi. Il bambino porta la sua storia.

Che ne sia consapevole o meno, il bambino attraversa storie traumatiche vissute in prima persona o in senso transgenerazionale (le psicopatologie possono trasmettersi tra le generazioni).

E ci sono disastri da superare anche nell’infanzia, infanzia che non è un periodo incantato come ingenuamente e superficialmente si tende a credere.

Tra l’altro i bambini prendono tutto molto sul serio.

La loro felicità è pura e intensa come puro e intenso è il loro dolore.

E coi loro sintomi manifestano tutta la loro sofferenza.

Forse è questo che angoscia gli adulti quando decidono di non volere vedere?

Forse gli adulti vogliono proteggersi dalla verità dei bambini e dalla storia che vogliono raccontare?

 

Articolo a cura della

Dott.ssa Nunzia Aiello