Le tue relazioni sono simmetriche o complementari?

Abbiamo due possibili modi di metterci in relazione con l’altro: simmetrico e complementare.

E’ uno dei temi che, in Pragmatica della Comunicazione Umana, pietra miliare della psicologia, Watzlawick affronta, occupandosi degli effetti pratici della comunicazione.

Ogni nostro tipo di comunicazione, da quella più semplice a quella più complessa, da quella di coppia a quella amicale, da quella affettiva a quella professionale, da quella superficiale a quella profonda, può essere o simmetrica o complementare, generando le rispettive modalità relazionali.

La relazione simmetrica è basata sull’uguaglianza. I soggetti che interagiscono tendono, ognuno, a rispecchiare il comportamento dell’altro, ponendosi sullo stesso livello. E’ il caso del rapporto fra pari, delle relazioni d’amicizia, dei rapporti di coppia.

La relazione complementare è, invece, basata sulla differenza. Ognuno dei due interlocutori si pone in modo complementare rispetto a quello dell’altro, differenziandosi. E’ questo il caso del rapporto genitori/figli, medici/pazienti. Uno dei due soggetti assume la posizione definita one-up. E’ la posizione di chi ha il controllo, la responsabilità. L’altro si trova nella posizione corrispondente, detta one-down. E’ la posizione di chi accetta o segue. Il ruolo determina la struttura della relazione e quindi della comunicazione.

Sono queste le due fondamentali categorie di tutti i processi di comunicazione: la simmetria e la complementarità.

Non sono da considerarsi positive o negative, sono entrambe importanti, si alternano, a volte è necessario mettersi in relazione in modo simmetrico, altre volte in modo complementare.

Questo per quanto riguarda le relazioni sane, il saper vivere relazioni sane, il saper creare relazioni sane.

La conferma dell’altro e di se stessi, nei reciproci ruoli, è un aspetto decisivo della stabilità emotiva e relazionale, determinante per la crescita personale e dei rapporti.

Nel momento in cui diamo di noi stessi, dell’altro e della relazione una definizione di rifiuto o di disconferma ecco che la relazione (sia essa simmetrica o complementare) diventa patologica.

Watzlawick affronta così le patologie potenziali dell’interazione simmetrica e complementare.

In una relazione simmetrica patologica uno dei due soggetti rifiuta o disconferma l’altro, il principio di uguaglianza viene meno e si innesca la competitività che porterà alla rottura se l’altro (rifiutando il ruolo imposto dal primo) vorrà ripristinare la simmetria. “Io sono migliore di te” – “Tu non sei migliore di me”. Circolo vizioso avviato!

Anche rispetto alla relazione complementare, nel momento in cui vi è una conferma di se stessi, dell’altro e della relazione (es. il figlio che accetta il ruolo dei genitori) abbiamo una relazione sana. Diventa patologica quando nella relazione troviamo rifiuto e disconferma.

Il rifiuto, per quanto possa essere doloroso, a volte necessario, riconosce l’altro, altro con cui, però, non si è d’accordo e se ne dà una definizione diversa. Può essere il caso di un “no” di un genitore alle richieste di un figlio o di un “hai torto” in una discussione tra partner, tra amici (momento in cui la comunicazione simmetrica diventa complementare).

La disconferma nega l’altro, non riguarda la verità o la discutibilità di quanto viene detto ma esprime il messaggio implicito “tu non esisti”, “tu non hai significato”.

Rifiuto e disconferma che portano ad un senso di frustrazione, di disperazione, fino ad arrivare a gravi manifestazioni psichiatriche che sono propri delle relazioni complementari patologiche…

Siamo noi che definiamo noi stessi, l’altro, le nostre relazioni?

In qualsiasi modo lo facciamo è sempre una risposta che diamo all’altro. E’ sempre una risposta che ci dà l’altro.                                                                                              

Bibliografia: Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson Don D., Pragmatica della Comunicazione Umana, Roma, Astrolabio, 1971

 

Articolo a cura della

Dott.ssa Nunzia Aiello

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